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ANTONIO GIOVANNINI, contraltista

musiche di G. Carissimi, F. Colusso, A. Draghi, G.F. Haendel, G. Montesardo, C. Monteverdi, N. Porpora, A. Vivaldi.

Ensemble Seicentonovecento
diretto da Flavio Colusso


(il programma è disponibile con organico strumentale, con il solo Basso continuo o con il solo clavicembalo)

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audio/video :

Ad aprir l’anima
Luisa Cosi

Ad aprir l’anima nessuna chiave è più pronta di quella musicale: verità cartesiana che c’invita ad attraversare di slancio la preziosa soglia barocca, ove sensibilità, intelletto e immaginazione s’offrono come guide d’un viaggio interiore tuttora sorprendente. Si seguono tracce poetiche, scelte per render più spedito il labirintico cammino fra le umane passioni, ma sarà l’intreccio sonante di voce e strumenti a farci veramente com-movere sul percorso antico, potendo ognuno regolare il passo sul proprio moderno sentire. Così, la grazia sprigionata dal canto ‘fiorentino’ di Giulio Caccini (1602, su dolci versi di Alessandro Guarini) e del suo emulo salentino Girolamo da Montesardo (1612, su testi biblici fra i più gioiosi), tornerà a schiudere elettivi orizzonti d’Amore, ove anima e corpo sono chiamati a fondere i rispettivi ambiti con delicata metamorfosi, finché la carne si trasfiguri in valore intimo e lo spirito assuma forma sensibile, per un continuo andare e tornare attraverso l’umanissimo discrimine. A conciliare homo esterior e homo interior sono anche intesi gli oratori di Antonio Draghi, che, sullo scorcio del Seicento, indicò la via dell’estasi attraverso un sempre più spettacolare e profondo turbamento dei sensi, come a voler ricomporre nello spazio e nel tempo musicali certi morbidi drappeggi e ardite volute disegnati da padre Pozzo per render più reale l’ascesi dei Santi.

E sembra sgorgare da simili fonti immaginifiche anche l’onda vivaldiana, capace tuttavia di imbrigliare in nuovi argini di limpida simmetria i vortici più tempestosi (impossibile non farsene travolgere, andando a caccia d’Amore) e le correnti più morbide (cui pure cederemo, per conforto immemore). Paradigmi lirico-formali, questi del primo Settecento italiano, cui Händel e Porpora attribuirono rinnovato equilibrio ed ulteriore ricchezza, arrivando a sfidarsi sul campo londinese per il tramite di Senesino e Farinelli, i più strabilianti virtuosi dell’epoca. Dallo smarrimento del principe Radamisto (e veramente, senza Amore cosa siamo?), cantato dal Senesino per Händel; al panismo dell’arcade amante cui dette voce Farinelli (versi di Metastasio, musica del Porpora, ecco un trio emblematico dell’opera italiana): con ascesi tutta profana, i sensi tornano a rapire lo spirito, fatti potenti come non mai dall’immaginazione e dall’intelletto. Qualità, queste, tuttavia presenti nell’invenzione moderna, come dimostrano le pagine di Colusso, che interludiano e coronano l’appassionato viaggio fra il corpo e l’anima nostre: pagine che suggeriscono, per elegante e rarefatta combinazione di stilemi nuovi-antichi, la necessità di trovare sempre nuove chiavi sonore con cui, parafrasando Battista Guarini, aprire e trasformare lietamente il core.

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